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… what is my destiny?


… what is my destiny (Dragon Ball) ?

(Si, ultimamente ho questa manìa di iniziare le mie riflessioni con un verso di una canzone… lo so è patetico trovare soddisfazione in queste piccole cose, ma lasciatemi sognare)

Shenron

L’avevo già scritto nel post precedente: scrivere è un po’ come pregare… e che il destinatario della preghiera sia Dio, il drago Shenron o chiunque vogliate la domanda è sempre la stessa – What is my destiny?


Ovvero… qual è la mia strada?
Io sono sempre stato un bimbo strano: quando mi chiedevano cosa volevo fare da grande, dicevo sempre “boh”, “non so”… poi, qualche anno fa, pensavo di averlo capito –  io da grande volevo avere una famiglia.
Volevo fare il marito, forse il babbo (non necessariamente da famiglia del Mulino Bianco eh, non avevo ancora deciso i dettagli) – insomma, avevo un sogno.

Si lo so, qui ci starebbe una battuta su Martin Luther King, ma non sono in vena in questo periodo


Avevo un sogno, sì; ed avere un sogno è una cosa molto importante per una persona – ti da una direzione verso cui muoverti, ti dà uno scopo nella vita… insomma, è bello sapere per cosa si sta lottando.

Vabè la storia ormai l’ho già scritta un sacco di volte – quel sogno è crollato, mi è stato rubato, si è frantumato ad un passo dalla realizzazione ed ora mi chiedo… ho ancora questo sogno?


Bè si, certo che ce l’ho ancora. E allora la domanda è – ha ancora senso averlo?


Putroppo questo mio sogno ha un grande difetto: per provare a realizzarlo, bisogna essere in 2… e da questo punto di vista, ho già perso in partenza.
Quindi ho pensato di procedere per gradi – ho accantonato in un angolo i grandi progetti ed ho deciso di partire dalle basi, iniziando intanto a conoscere qualcuno di nuovo. Poi, chi vivrà vedrà.

Però cavolo, è dannatamente difficile.
Sono sempre il terzo incomodo (o quinto, o settimo – insomma un n. dispari) in un mondo fatto di gente che, guarda caso, sta vivendo a diversi gradi proprio il sogno che avevo io, quello che mi è sfuggito.
Avete idea di quanto faccia male?
Eppure mi sto sforzando in tutti i modi di conoscere gente nuova: sto letteralmente violentando la mia anima per crearmi occasioni, per uscire anche se si va in posti che detesto (sono stato pure in discoteca. io.), per sforzarmi di divertirmi; qualche volta ci riesco, qualche altra no…
In tutti questi mesi (quasi 6 ormai) le ho provate veramente tutte – sapete quante ragazze “sole” ho conosciuto?


Una.

E siccome non sono un maniaco (o sono un coglione, dipende dai punti di vista) non ci ho manco provato.


Ora, parliamoci onestamente: se vi guardate intorno quante persone conoscete tra… diciamo 25-30 anni che sono single?
Ecco, appunto.
Poi chi mi conosce lo sa, io non sono mai stato uno che ci prova con tutte, anzi… ho sempre disprezzato quelli che fanno così, ed ho sempre pensato che è inutile iniziare (o provare ad iniziare) un qualcosa se non ci si crede almeno un po’. Però più mi guardo intorno e più mi ritrovo a pensare che non è affatto vero che “ci sono tanti pesci nel mare”, che “là fuori è pieno di ragazze”... stocazzo. Non è vero una minchia, anzi: sono davvero poche.

E se da queste poche iniziamo a togliere quelle a cui non piaccio (tantissime… un’infinità, a quanto pare), quelle che non piacciono a me (un minimo di dignità ce l’ho ancora)… cosa rimane?

Cosa rimane ad uno come me, un introverso, uno che non ci sa fare?
Gli inglesi mi definirebbero socally akward, ed a ragione.


Che devo fare?
Devo continuare per questa strada e percorrerla fino in fondo o devo fare marcia indietro per tornare ad essere me stesso?
Di sicuro se non mi sforzo non spezzerò mai questo circolo vizioso per cui non esco perchè non conosco nessuno, ma non conoscerò mai nessuno perchè non esco.


Devo davvero diventare un viscido che ci prova con tutte quelle (poche) che incontra?
Per quanto ancora dovrò stuprarmi l’anima per andare avanti?

Destiny

What is my destiny, Dragon Ball?


Forse mi ci sto fissando troppo. Forse sto diventando una specie di manìaco, non lo so.
So solo che c’è tanta, tanta sofferenza. E tanta solitudine, in tutti i sensi. Quante volte mi succede o vedo qualcosa di divertente e penso “ah che bello, ora lo racconto a ” e poi mi fermo perchè… non ho nessuno a cui raccontarlo.


Comunque, voglio chiudere il post in maniera positiva. A ben vedere, la situazione è migliorata rispetto a quest’estate: se prima piangevo tutti i giorni, ora non piango (quasi) più e, tutto sommato, “sopravvivo” abbastanza bene.
Certo, come diceva Max Pezzali (ancora con ‘sta storia di citare le canzoni…)
soltanto certe volte capita che /
appena prima di dormire /
mi sembra di sentire /
il tuo ricordo che mi bussa e mi fa male un po’.


In altri termini, mi piglia male. Abbestia.
Però sono momenti sempre più isolati e rari (anche se intensi).


Concludo con uno dei miei versi preferiti (anche questo da una sigla di Dragon Ball, il GT stavolta), che spero mi dia la carica per il futuro


e non ci sono tregue, è la storia che prosegue!

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2016 in Senza categoria

 

Man, dove vai?


Scrivere è un po’ come pregare: ci hanno insegnato a farlo, ma non abbiamo mai imparato veramente bene.
E siccome siamo delle persone pessime, lo facciamo solo quando stiamo male.


Vorrei dire che sono successe tante cose dall’ultima volta che ho scritto ma la realtà è che, di fatto, non è successo quasi un cazzo.

Quello che ho fatto in questo periodo buio (che va verso un buio ancora più fitto) può essere narrato abbastanza fedelmente coi versi della canzone che, per pura coincidenza dà da sempre il titolo a questo diario.

Ho lasciato un sacco di pesos a molti cantinèri diversi (e ce ne lascerò molti altri ancora) e ho incontrato una persona che conosco poco, quasi per niente; un gringo, uno straniero che mi ha chiesto “man, dove vai?“.
Dove vado? Non lo so, forse posso tirare ad indovinare ma anche se lo sapessi non saprei comunque come arrivarci.

Poi ho incontrato alcuni stregoni che mi hanno chiesto di avvicinarmi: io ho sorriso e ho detto loro ok mentre nei sassolini osservavano i fatti miei… e mi hanno detto tutti più o meno la stessa cosa – in modo diverso, qualcuno in maniera più diretta e qualcun altro in modo più cristiano (si sa, tribù che vai usanza che trovi) ma il succo era sempre più o meno questo: “viso pallido ti sta ingannando, non la troverai. Sono mesi che stai cavalcando – dimmi dove andrai?

Ora, dato che di visi pallidi più pallidi di me ce ne sono pochi in giro, ho cominciato a pensare.
E si, hanno ragione, mi sta ingannando: sono sicuro che non lo sta facendo apposta o che pensa di fare la cosa migliore, ma ciò non cambia il fatto che non la troverò.

E si ritorna alla domanda del gringo: man, dove vai?

Ma sopratutto, come ci vai? Se c’è una cosa che ho capito di me stesso in questo periodo (perché, tanto per restare nella metafora, starò cercando lei o forse me?) è che sono una persona molto limitata, e molto prigionera.
Tutto quello che potrebbe andar male lo farà, diceva Murphy – e ora sono un uomo senza obiettivi, senza sogni né ideali – un uccello senza un nido in cui riposare le ali. Faccio un lavoro che non mi piace davvero e sto iniziando a chiedermi perché lo faccio. Economicamente non è male e qualunque altra cosa troverei probabilmente sarà peggio (almeno all’inizio), ma in fondo a che servono i soldi se non hai nessuno per cui spenderli? A che servono sicurezza e stabilità se non puoi condividerle con nessuno?


Ho cominciato ad odiare la mia casa e le persone che mi stanno intorno. Vorrei tanto poter scappare come ha fatto qualcun altro, come ha fatto lei: è più facile mollare tutto e fuggire che restare e lottare.
E così mentre tutti se ne vanno e scappano, quello che era rimasto a zappare l’orto e a spianare il terreno si ritrova col cerino in mano, come un coglione. Cosa mi è rimasto? Un enorme spazio vuoto, pronto ad essere riempito ma che ora è destinato a restare tale.

E allora era meglio nascere come quelli che ho sempre disprezzato, era meglio essere stronzo, di quelli che non credono in niente e che non si preoccupano dell’altra. Almeno avrei vinto.

Invece sono nato così, e ho perso. A pensarci bene non ho mai vinto niente nella vita, manco un torneino di calcetto da bimbo o 5 euro al gratta e vinci, quindi perché mi ero illuso do poter vincere in questo?

Così mi ritrovo a quasi 30 anni ad andare in giro la notte fino alle 3 a bere in posti e situazioni che non frequentav0 neanche a 20 chiedendomi che cazzo ci faccio lì, o ad andare da solo al mare il pomeriggio a scrivere post come questo sul cellulare sotto l’ombrellone (rigorosamente in fondo alla spiaggia, non sia mai che incontri qualcuno che conosco) o a leggere fumetti mentre mi ustiono – giusto per non dimenticarsi la storia del viso pallido.

E poi si ricomincia. Qualcun altro mi trascinerà da un altro cantinèro, mi ripeterà le stesse cose, il pomeriggio dopo andrò in un qualche posto da solo e poi si torna a lavorare, per fare il bene di non si sa chi.

Poi per carità, intendiamoci, ho fatto anche un sacco di cose belle. In realtà mi è piaciuto andare in tutti quei posti (per me) nuovi della città, a fare cose nuove, vivere esperienze nuove… c’erano anche prima o sono io che ero un coglione e non me ne ero mai accorto?
Ciò non toglie però che continuo a pensare che non abbia senso scoprire cose nuove o fare cose belle se non hai nessuno con cui condividerle… a che pro?

E perchè è da un mese che sono più i momenti in cui piango che quelli in cui faccio la cacca?
(nota: la cacca di solito la faccio 2 volte al giorno)


Chissà poi cosa accadrà quando arriverà il momento in cui la rivedrò, con un caballero accanto a sè… non so se reggerò il colpo. Non so neanche se ci voglio arrivare, a quel momento.

E forse quel che cerco neanche c’è…

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2016 in Senza categoria

 

… Continua?

… Continua?

Ho sempre pensato a questo blog come un diario personale – l’ho già scritto qui, anni e anni fa, e non ho cambiato idea. Anche se è sul web, in uno spazio pubblico, questo diario è una cosa mia, fatta da me e per me. Anche se un paio di volte ci ha scritto pure qualcun altro, ciò non cambia la sostanza.
In tutto questo tempo in cui non ho scritto niente (sono passati quasi 2 anni dall’ultma volta) non l’ho mai abbandonato: anzi, mi è servito come una sorta di “macchina del tempo”, per ricordarmi cosa pensava il Marco del passato nei momenti difficili, nei momenti belli ed in quelli brutti. A ricordarmi che quello che mi sembrava insormontabile poi l’ho superato, ed a ricordarmi come ho fatto.
Il Me del passato era proprio uno tosto.


E adesso, dopo appunto quasi 2 anni che non scrivevo nulla (ma scrivevo poco già da molto tempo), sento ancora il bisogno di inzozzare d’inchiostro digitale queste pagine, di scrivere una piccola lettere al Me del futuro.

Caro Marco del futuro,
è da molto che non ci sentiamo.
Non perchè non mi sia successo niente, anzi. Il lavoro che ho trovato va bene… cioè, va.
E di questi tempi è già tanto.
Non dà molte soddisfazioni nè offre grandi possibilità di carriera ma dà da campare, quindi per il momento mi accontento.

Non ti ho più scritto niente perchè, fondamentalmente, fino ad oggi le cose mi erano andate bene.

Certo c’era ancora quella voglia di andare avanti che c’è sempre stata, quel senso di oppressione, di immobilità che mi attanagliava fin dai tempi dell’università – anzi stavolta era ancora più forte… probabilmente perchè sentivo che stavolta c’eravamo veramente vicini – questa è la volta buona, pensavo.

Sto parlando al plurale perchè mi riferisco alla cosa più importante, forse l’unica cosa importante della mia vita: la mia relazione con Francesca. E credimi, non esagero quando scrivo l’unica cosa importante. Forse, caro me del futuro, non te lo ricordi più o forse hai scelto di non pensarci ma sono sicuro che non puoi averlo dimenticato.
Ci sono stati problemi ultimamente, alti e bassi. “Ma questa è una cosa buona”, pensavo.
Era giusto che saltassero fuori le nostre divegenze, dopo 10 anni non si può nascondere la polvere sotto al tappeto – bisogna essere adulti, bisogna risolvere le questioni in sospeso per poi poter costruire la vita insieme che abbiamo sempre sognato.


Caro me del futuro, tu te lo ricordi com’è andata, vero?


Alla fine le divergenze c’erano, e sembravano insormontabili. Ma non è stato questo ad uccidere la nostra relazione.
Non sono stati i disaccordi, che ci hanno ucciso, no.


Cos’è stato?
Ancora non sono sicuro di averlo capito.
O meglio l’ho capito, ma mi sembra un motivo talmente assurdo da non essere vero… una stora che non sarebbe credibile neanche nei romanzi rosa, eppure è reale.
Ad ucciderci, fondamentalmente, sono stato io. Anzi, il me del passato. Che quindi per te, che mi leggi nel futuro, sarebbe un Marco ancora più lonano nel tempo di quello che ti sta scrivendo ora.
Come ho fatto? L’ho fatto lentamente. L’ho fatto proteggendo Francesca al massimo delle mie forze, facendo tutto quello che potevo per lei, impostando tutta la vita ed il mio futuro interamente su di lei.


In poche parole, l’ho fatto amando troppo.


Anche qui, un altro lettore potrebbe pensare che stia esagerando. Ma Marco del futuro, tu mi conosci bene, e sai che non è un’esagerazione. Tu sai che è vero.


Amare troppo, dicevamo. Ma come può troppo amore uccidere una relazione?


È presto detto. Questa mia protezione, questa mia cura, questa mia premura, questo mio… amore (non mi viene in mente una parola più adatta in italiano –  gli inglesi userabbero il verbo to care, immagino) ha in qualche modo soffocato Francesca.
Ha soffocato la sua persona, ha soffocato il suo essere, tanto da convincersi di non essere più in grado di reggersi da sola sulle sue gambe.
Se n’è andata perchè, in confronto a me, si è sentita inadeguata. Si è sentita minore, si è sentita piccola.


Uè, futuro Marco, ricordatelo – ovviamente non è vero una mazza, lei non è affatto inadeguata – il problema è che si sente così. Crede di essere così. Crede di non essere abbastanza. Sto solo citanto le sue parole,


Mi ha chiesto, per ben due volte nell’ultimo anno, di essere lasciata sola.
La prima volta, seppur a malincuore, l’ho fatto: le cose sembravano migliorate, sembravamo ripartiti, sembrava anzi che dovessimo fare un passo avanti… e invece no.
Mi sbagliavo.
Forse è stata tutta una costruzione mia, o forse per un certo periodo ci ha creduto anche lei… poi ha combinato un casino. Anzi, ha combinato un’altro casino, perchè non è stato certo il primo – ma non mi importa tanto dell’evento in se… prima ha provato a dare una brusca accelarata alla nostra relazione – “andiamo a vivere insieme”, mi ha detto.“In un’altra città, in un posto a caso”. Un’accelerata troppo brusca, così tanto da cogliermi di sorpresa ed io, preso alla sprovvista, ho frenato, facendomi scudo con la razionalità – anzi con l’irrazionalità della proposta. (nota: era davvero irrazionale quella proposta, buttata lì senza pensare troppo al come, al dove e al quando – nè sopratutto al come pagarsela, la casa)
A questo punto ho visto che lei era ferita, e ho provato ad accelerare ancora di più – “potremmo comiciare a pensare di parlare con un prete”, le ho detto.
Assurdo, vero?
E ancora più assurdo è che la risposta è stata che, forse, non era una cattiva idea. Con calma, senza fretta, ma sembrava una cosa giusta.
Era una cosa giusta.


Eravamo giunti entrambi alla stessa conclusione –  dopo così tanto tempo insieme, o si va avanti e si passa al livello successivo o si molla tutto.


Poi, ieri blam!
Lei mi chiede una seconda volta di essere lasciata sola, più o meno per gli stessi motivi di prima.
Stavolta però non acconsento – l’altra volta non è andata bene, proviamo un approccio diverso, penso. Lotto con tutte le mie forze, insisto come non ho insistito MAI nella vita, ma niente.
Tutto inutle.
“Stavolta non è come l’altra volta. Non sono confusa”, mi dice. “Sono molto decisa in questo”.
Mi dice anche che questo suo stato d’animo l’ha portata ad immaginarsi come sarebbe la sua vita con altre persone e che, bè, se l’è immaginata migliore.


“Ma cosa ti ho fatto mancare?” chiedo io.
Niente. Certo, ho fatto i miei sbagli – ho i miei difetti ed i miei limiti – grossissimi limiti. Ho detto che sarei stato disposto a lottare per eliminarli. Forse ci siamo, forse ce la facciamo a stare insieme…


Parliamo dei nostri errori. Di cosa abbiamo sbagliato, di cosa ho sbagliato io, di cosa ha sbagliato lei, di come possiamo rimediare – sembra che le cose si stiano aggiustando. E invece…


…invece, per qualche oscuro motivo, Francesca pensa che i suoi errori siano più grandi dei miei. Pensa di aver sbagliato troppo, che non ci sia rimedio.
Io le dico che non è vero, che (come ben lei sa) l’ho già perdonata, molto tempo fa – e che se servisse lo farei ancora, sempre.


Ma è troppo. Lei non ci sta. “Io al tuo posto non ci sarei riuscita” dice.
“Voglio essere migliore, e voglio esserlo da sola”.


La situazione è precipitata troppo in fretta… ma avevo promesso, avevo giurato a me stesso che stavolta ce l’avrei messa tutta, che non l’avrei lasciata andare così –  e sparo l’ultima cartuccia. Quella più grossa.
“Basta. Mollo tutto e vengo a vivere lassù con te, a Torino”, le dico. Butto via tutto – il lavoro “sicuro”, gli amici, la casa in cui sono nato, abbandono i miei genitori anziani (che sono lacosa a cui tengo di più al mondo, oltre che lei) e ricomincio da zero, nell’ignoto, ma con te.
Ancora non avevo capito che, così facendo, l’avrei fatta sentire ancora più inadeguata.
“Non ti azzardare”, mi risponde.


E così è finita.
Ci siamo detti anche molte altre cose; alcune brutte, altre belle. Alcune molto intelligenti, altri molto stupide (tipo quando mi ha dato il consiglio di trovarmi un’altra ragazza, perchè mi avrebbe fatto bene).


Tornerà?


Non lo so. Stavolta ho veramente paura, anzi terrore che potrebbe non farlo.
Ci spero? Si.
Lei ci spera? Spera che questo suo “percorso di crescita” la porti di nuovo da me? Non l’ho capito. Glielo ho chiesto molte volte e non mi ha mai detto di no… ma neanche di si.
Quindi si, mi devo aggrapperò a questo, anche se non è logico farlo. Non è logico, non è giusto e forse non è nemmeno sano farlo, ma non posso farne a meno. Devo credere che tutto quello che mi ha detto non sia una scusa, e che voglia veramente crescere, per poi tornare insieme. Non posso ammettere che esistano altre possibilità.


La logica invece vorrebbe che seguissi il suo consiglio: che andassi avanti.
Ma mi spiace, non vedo nessun avanti.
Non c’è nessun avanti.


E temo – anzi ne sono certo – che, anche se riuscissi ad andare avanti… sarebbe solo per finta. Una cosa falsa, fasulla… una seconda scelta, nei migliori casi. Perchè mi conosco, e so benissimo che se tornerà,  qualunque cosa sia sucessa… la perdonerei.
E lo sa anche lei.


Caro Marco del futuro, fammi sapere com’è andata.

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Pubblicato da su 22 maggio 2016 in Caro diario...

 

Scaramanzìa vattene via


Questo post ha un tono un po’ diverso dal solito… ho aspettato molto a scriverlo: essenzialmente per scaramanzia, perchè si sa – se in un periodo le cose sembrano andarti bene, non appena inizi a goderti il momento, tutto comincia a precipitare.

Ma non sono mai stato scaramantico, quindi posso dirlo: dall’ultima volta che ho scritto qui, sono cambiate molte cose!


Innanzitutto ho lasciato l’università – non perchè mi trovassi male, anzi: ma era troppo… troppo come corso, ed io non ero più abituato a studiare da tanto tempo (ma lo ero mai stato?). So che forse ho gettato al vento un’occasione ma io mi ritengo uno degli uomini meno ambiziosi del mondo, quindi sono contento così – sopratutto perchè, qualche mese dopo, ho trovato lavoro!


Olèèèè!!!


Ora sono circa 3 mesi che ho iniziato a lavorare, e devo dire che non mi trovo affatto male: anzi, per essere il primo impiego, sono stato molto fortunato – sia come paga, che come ambiente, che come durata del contratto. Lavoro nel mio settore (quello informatico) il che non può essere altro che bene, inoltre finalmente ho la soddisfazione di vedermi fare qualcosa di concreto; per uno che ha sempre letto le cose sui libri e le poche volte che ha fatto qualcosa lo ha fatto solo perchè richiesto da questo o quell’esame (quindi lavori fini a se stessi, senza uno scopo), ritrovarsi a fare qualcosa che serve davvero a qualcuno è una soddisfazione molto grande!


Insomma, la situazione è questa: incrociamo le dita e speriamo che la ruota continui a girare nel verso giusto…

 
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Pubblicato da su 17 settembre 2014 in Caro diario..., Senza categoria

 

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Just to stay updated


Questo è un post inutile, serve solo a fare il punto su cosa mi è successo in questi 4 e passa mesi che non scrivo (dato che non mi viene in mente niente di meglio)

  • Mi sono laureato (finalmente!)
  • Mi sono iscritto ad una specialistica di un certo “peso” (diciamo)
  • Sono rimasto senza nonni
  • Mi sono portato più vicino ai 30 che ai 20 anni
  • Ho già quasi deciso di abbandonare l’università (diciamo ad oggi mi do il 90% di probabilità di abbandonare)
  • Sto cercando un lavoro senza troppe speranze

Alla fine poteva andare peggio, ma spero di poter scrivere qualcosa di meglio nel prossimo post…

 
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Pubblicato da su 22 gennaio 2014 in Caro diario...

 

La vita al tempo della crisi


Oh, e ‘un c’è sòrdi, c’è pòo da cantà.

Per carità non mi lamento troppo, in fondo ce n’è tanta di gente che sta peggio: non c’è fame, non ci sono mutui da pagare e come dice il proverbio finchè la bocca mangia e il culo rende…


Certo, per rientrarci pari (o andare sotto di poco) a fine mese bisogna rinunciare a tante cose: a quasi tutto, a dire la verità. Alla fine oltre agli ovvi bisogni fisiologici, medici e alle bollette le spese extra sono giusto qualche fumetto – non pochissimi, ma meno di quelli che vorrei – e basta. Nemmeno il Tirreno si prende più e di fare qualcosa di nuovo (in tutti i sensi, dalla cosa minima ai grandi passi della vita) manco a pensarci. Insomma, non è che uno vive, bensì tira avanti. Grazie al cielo in famiglia nessuno fuma nè beve, sennò si stava freschi.


Vabè ma non si può sempre avere quel che si vuole, dirà qualcuno. Giusto. È quando si inizia a dover rinunciare a qualcosa che serve che la cosa si fa pesante. Non tanto fisicamente (ripeto, nessuno fa la fame o rinuncia a curarsi qui) quanto psicologicamente; allora il serve inizia a diventare servirebbe, e lo Zio Paperone che stira le camicie sotto al materasso e riutilizza più volte la stessa bustina di tè inizia a non sembrarti più tanto strambo e divertente.

Sprecone!

Sprecone!


Che poi boh, in teoria potrebbe anche esserci un punto di svolta; varie vicessitudini ed ostacoli della vita hanno fatto si che io, alla veneranda età di 25 anni e passa non abbia mai lavorato (ok non è del tutto vero, ma facciamo finta di sì) ed ora che mi sto per laureare* le cose potrebbero cambiare. Dicono che quelli come me non hanno problemi nel trovare lavoro e forse sarà anche vero, non lo so.


Però poi ti si presenta anche un’altra occasione, per cui cambi totalmente idea e decidi di fare quello che solo un paio di mesi fa escludevi al 100%: continuare a studiare. Si vabè, come sempre uno dice “ma si, proverò a studiare mentre lavoro” ma sappiamo tutti come andrà a finire, inutile nascondersi dietro ad un dito.


Forse è l’occasione della vita, forse è solo paura di cambiare. Non lo so.


Fatto sta che, ancora una volta, ho fatto la scelta che andava contro ogni logica.


Speriamo bene.


* Nota: ancora non è uscita la data, quindi per il momento lo dico sottovoce. Non si sa mai, potrebbe saltar fuori qualche intoppo burocratico dell’ultimo momento, oramai mi aspetto di tutto e di più

 
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Pubblicato da su 18 settembre 2013 in Caro diario..., Riflessioni

 

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Palio di Siena: perchè?


No davvero, che senso ha?

Questo articolo non ha a che fare con tutti i discorsi dei maltrattamenti dei cavalli o col palio in sè: è una manifestazione storica/popolare come tante altre, non c’è nulla di male.


Ma allora perchè tutti gli anni ha la diretta su Rai 2? Una diretta stupida, che non si sa quanto dura, dato che ogni volta fanno 2 ore di collegamento con inquadratura fissa sui cavalli che non c’è verso di fare stare in riga per la partenza (che poi non ci credo mai) e che i commentatori tentano goffamente di riempire raccontandoci tutte le menate sulle contrade di Siena (che a uno che non è di lì, ovvero la quasi totalità di chi guarda, non gliene frega un cazzo nulla)… ma se ti interessano le manifestazioni storiche in Italia ce ne sono 100000 migliori da far vedere (il calcio storico fiorentino o la giostra del sarracino ad esempio, giusto per non citare il gioco del ponte a Pisa che sennò mi dite che sono di parte), che sai quando iniziano e quando finiscono, con tanto di corteo storico in costume attorno… ma no!
Ogni volta (2 l’anno se non erro) ci dobbiamo sorbire 2 ore (se tutto va bene) di cavalli che girano in tondo in attesa di non si sa bene cosa… qui si vede la potenza del Monte dei Paschi, sennò non mi spiego come sia possibile che da 40 anni una manifestazione così banale riesca a sequestrare rai 2 per un pomeriggio intero…


… e poi ci si chiede perchè la gente non guarda la tv.

 
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Pubblicato da su 2 luglio 2013 in Riflessioni

 

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