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La vita al tempo della crisi


Oh, e ‘un c’è sòrdi, c’è pòo da cantà.

Per carità non mi lamento troppo, in fondo ce n’è tanta di gente che sta peggio: non c’è fame, non ci sono mutui da pagare e come dice il proverbio finchè la bocca mangia e il culo rende…


Certo, per rientrarci pari (o andare sotto di poco) a fine mese bisogna rinunciare a tante cose: a quasi tutto, a dire la verità. Alla fine oltre agli ovvi bisogni fisiologici, medici e alle bollette le spese extra sono giusto qualche fumetto – non pochissimi, ma meno di quelli che vorrei – e basta. Nemmeno il Tirreno si prende più e di fare qualcosa di nuovo (in tutti i sensi, dalla cosa minima ai grandi passi della vita) manco a pensarci. Insomma, non è che uno vive, bensì tira avanti. Grazie al cielo in famiglia nessuno fuma nè beve, sennò si stava freschi.


Vabè ma non si può sempre avere quel che si vuole, dirà qualcuno. Giusto. È quando si inizia a dover rinunciare a qualcosa che serve che la cosa si fa pesante. Non tanto fisicamente (ripeto, nessuno fa la fame o rinuncia a curarsi qui) quanto psicologicamente; allora il serve inizia a diventare servirebbe, e lo Zio Paperone che stira le camicie sotto al materasso e riutilizza più volte la stessa bustina di tè inizia a non sembrarti più tanto strambo e divertente.

Sprecone!

Sprecone!


Che poi boh, in teoria potrebbe anche esserci un punto di svolta; varie vicessitudini ed ostacoli della vita hanno fatto si che io, alla veneranda età di 25 anni e passa non abbia mai lavorato (ok non è del tutto vero, ma facciamo finta di sì) ed ora che mi sto per laureare* le cose potrebbero cambiare. Dicono che quelli come me non hanno problemi nel trovare lavoro e forse sarà anche vero, non lo so.


Però poi ti si presenta anche un’altra occasione, per cui cambi totalmente idea e decidi di fare quello che solo un paio di mesi fa escludevi al 100%: continuare a studiare. Si vabè, come sempre uno dice “ma si, proverò a studiare mentre lavoro” ma sappiamo tutti come andrà a finire, inutile nascondersi dietro ad un dito.


Forse è l’occasione della vita, forse è solo paura di cambiare. Non lo so.


Fatto sta che, ancora una volta, ho fatto la scelta che andava contro ogni logica.


Speriamo bene.


* Nota: ancora non è uscita la data, quindi per il momento lo dico sottovoce. Non si sa mai, potrebbe saltar fuori qualche intoppo burocratico dell’ultimo momento, oramai mi aspetto di tutto e di più

 
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Pubblicato da su 18 settembre 2013 in Caro diario..., Riflessioni

 

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Palio di Siena: perchè?


No davvero, che senso ha?

Questo articolo non ha a che fare con tutti i discorsi dei maltrattamenti dei cavalli o col palio in sè: è una manifestazione storica/popolare come tante altre, non c’è nulla di male.


Ma allora perchè tutti gli anni ha la diretta su Rai 2? Una diretta stupida, che non si sa quanto dura, dato che ogni volta fanno 2 ore di collegamento con inquadratura fissa sui cavalli che non c’è verso di fare stare in riga per la partenza (che poi non ci credo mai) e che i commentatori tentano goffamente di riempire raccontandoci tutte le menate sulle contrade di Siena (che a uno che non è di lì, ovvero la quasi totalità di chi guarda, non gliene frega un cazzo nulla)… ma se ti interessano le manifestazioni storiche in Italia ce ne sono 100000 migliori da far vedere (il calcio storico fiorentino o la giostra del sarracino ad esempio, giusto per non citare il gioco del ponte a Pisa che sennò mi dite che sono di parte), che sai quando iniziano e quando finiscono, con tanto di corteo storico in costume attorno… ma no!
Ogni volta (2 l’anno se non erro) ci dobbiamo sorbire 2 ore (se tutto va bene) di cavalli che girano in tondo in attesa di non si sa bene cosa… qui si vede la potenza del Monte dei Paschi, sennò non mi spiego come sia possibile che da 40 anni una manifestazione così banale riesca a sequestrare rai 2 per un pomeriggio intero…


… e poi ci si chiede perchè la gente non guarda la tv.

 
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Pubblicato da su 2 luglio 2013 in Riflessioni

 

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la mia ultima tentazione diabolica


Salve a tutti! Stasera vi vorrei parlare di una delle ultime tentazioni a cui sono stata sottoposta (dopo quella creata dall’ apertura di una nuova pasticceria davanti casa), ma per farlo devo prima informarvi su alcuni dettagli inerenti la mia persona;

dovete sapere, prima di tutto, che io non sono una che smanetta su internet dalla mattina alla sera, per me il computer potrebbe benissimo essere una radio programmabile-spacciatrice di telefilm-raccolta di fumetti comici e mi andrebbe benissimo, ma uno dei miei più grossi difetti è che sono una inguaribile, incredibile, incommensurabile ficcanaso !!! non ci posso fare niente, è più forte di me, se ne ho la possibilità adoro sapere cosa a fatto chi, con chi, dove e quando, anche se non conosco la persona in questione e neanche tutti gli altri…io voglio sapere, ma non per riferirlo a qualcun’altro o per sparlare..solo per il semplice piacere di sapere. Un poco come il personaggio di Ditocorto di Game of Thrones..” il potere risiede nella conoscenza” ecc ecc. Per questo motivo quando, qualche anno fa, è uscito Facebook ho pensato: “Che faccio? Utilizzo questa enorme possibilità di farmi i cazzi di tutti, a destra e a manca e quindi ammetto, con me stessa, di essere una ficcanaso-dipendente, rischiando così di morire per una overdose di notizie, foto e cazzate, oppure provo a disintossicarmi da questo vizio e a diventare una persona migliore, avvicinandomi nella strada per l’illuminazione  al nirvana e alla santità?”

Beh, voi non ci crederete, ma non l’ho istallato mi sono registrata. Applausi, applausi, grazie,grazie.

Il problema è che un mesetto fa sono stata costretta (davvero non sto scherzando) a iscrivermi a Facebook per  causa dell’ Università e ora si è aperto, davanti a me un universo di foto pubbliche, frasette stupide e persone taggate. Quando vado sul mio profilo sono costretta a coprirmi la faccia con una mano e a  spiare lo schermo guardando tra le dita, in modo da ridurre il campo visivo e a non rimanere affascinata da tutte quelle informazioni su “chi potrei conoscere” e su quelle foto che sembrano dirmi: ” Vieni, vieni ho lasciato la bacheca con i miei pensieri più intimi e personali totalmente pubblica, perchè godo nel sapere che persino il mio più grande arcinemico possa  venire a conoscenza del fatto che sabato scorso sono andato alla sagra del carciofo fritto, con Milli , Lilli e Picci e ci siamo fatte un mucchio di foto vestite come delle bagasce”. Non so per quanto ancora riusciro a resistere, ma per ora lo apro il minimo indispensabile e spero tanto che qualcuno mi aiuti… sigh!

 
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Pubblicato da su 9 maggio 2013 in Caro diario..., Riflessioni, Tecnologia

 

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Sempre parlando di lavori strani…


L’altro ieri mi sono imbattuta in una rivista di mia mamma (il venerdì di Repubblica); dovevo andare in “riunione”, quindi l’ho presa e mi sono avviata verso la porta dell’ “ufficio”. Sfogliandola ho trovato un articolo alquanto strano.. era la promozione di un film con Helen Hunt (probabilmente il nome non vi dice niente ma è un’attrice americana che sicuramente avete visto, ad esempio è la compagna di Tom Hanks in Cast Away) intitolato “The Sessions“. Fin qui tutto normale, finchè non leggo che l’attrice interpreta il ruolo di una Assistente Sessuale.

Allora mi sono domandata, che cavolo è un’ assistente sessuale? a leggere l’articolo, credo di aver capito che gli assistenti sessuali sono un incrocio tra psicologi, sessuologi e prostituti. Il loro scopo, citando le parole della giornalista, è quello di “aiutare a far raggiungere un pò di piacere altri uomini e altre donne imprigionati in disabilità fisiche e mentali”. Proprio perchè queste persone lavorano, unicamente, con uomini o donne affetti da hendicap, dai tetraplegici alle persone con disturbi mentali. La loro funzione è quella di insegnare a persone che vengono considerate praticamente asessuate, sia dalla società che dalle loro stesse famiglie (ad esempio anche io non mi ero posta minimamente il problema), a rapportarsi alla propria sessualità, con la speranza che un giorno possano trovare un compagno o una compagna, o anche solo ad avere quegli “insegnamenti” (ad esempio che cosa è la masturbazione ecc ecc) che un ragazzo/a normoabile apprende durante l’adolescenza. 

Se volete leggere tutto l’articolo (cosa che vi consiglio sempre) si trova sul Venerdi di repubblica del 23 novembre 2013 e l’autrice è Paola Zanuttini.

 
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Pubblicato da su 23 aprile 2013 in Intrattenimento, Riflessioni

 

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La mia fuga dalla realtà


Ciao a tutti, come va? Io, abbastanza bene, grazie, anche perchè, come si può evincere dal titolo, sono fuggita. Proprio così. Ho preso la mia roba, un biglietto del treno e sono scappata verso Giù (cioè a Napoli, da mia nonna). La motivazione che ho usato con i miei è stata quella ci andare a trovare i parenti, dirgli che tanto a Pasqua non sarei potuta scendere ecc ecc…la verità è che avevo bisogno di staccare un pò dalle solite cose (casa/università/studio). Capita a tutti, no?

Comunque ho scritto questo articolo per riflettere un pò sulle emozioni che mi provoca ritornare a Casa…già sto notando che questa parola “Casa” non la posso più utilizzare, perchè ormai la mia casa è diventata Pisa (cosa che 6 anni fa mi sarebbe sembrata assurda). Poi un’ altra forte sensazione me la da l’ambiente: i campi spogli, i palazzoni alti alti, il verde striminzito e il degrado che si vede ovunque, quel misto di sporco, vecchio e malcurato; è tutto così diverso rispetto a Pisa, con i suoi alberi,i parchi e le case medievali che spuntano qua e là. Però qui, tra un palazzo e l’altro, si vede il mare, se ne sente l’odore per strada, ed è diverso dal mare che si vede a Pisa, che è un unica linea continua senza tanta profondità; qiu vedi il golfo, i promontori che si allungano fino a toccarsi, vedi l’orizzonte lontano e allo stesso tempo vicino, le isole di Capri ed Ischia ed il colore del mare che muta continuamente con quello del cielo. Non so se potrei mai tornare a vivere in questa casa, come quando ero piccola, credo che mi sentirei sempre diversa dagli altri, ma forse è solo un idea, alla fine mi ri-abituerei al traffico incasinato, al rumore, alla gente e non penserei più agli alberi e ai boschi, mi basterebbe il mare…

mare Torre Annunziata

 
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Pubblicato da su 15 marzo 2013 in Caro diario..., Riflessioni, Viaggi

 

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L’Internet festival e la cecità dei baroni


Se siete degli appassionati di computer, lavorate nel ramo o semplicemente vivete a Pisa non potete non aver sentito parlare dell’imminente Internet Festival.
Anch’io ovviamente, da bravo studente di ingegneria informatica (che ha finito di studiare tutto già da un bel po’ ma, chissà perchè, non si laurea) sono ovviamente interessato e, sfogliando l’immenso programma, ho notato una cosa che in cuor mio già sapevo: della facoltà di ingegneria (e in particolare del mio corso) non c’è traccia.


Possibile che noi, che a sentire gli altri dovremmo essere una delle eccellenze d’Italia in questo campo, snobbiamo così un evento del genere? Eppure l’università di Pisa è tra i promotori e per quanto ne so la prorettrice De Francesco (che viene proprio da ingegneria informatica) si è impegnata molto in questo evento…


… ma allora perchè?


Non pretendevo certo che sospendessero le lezioni (che peraltro non seguo) per permettere agli studenti di partecipare agli eventi – anche perchè gli argomenti nel nostro ambito sono più di interesse generale che altro, ma che almeno qualche grande nome della facoltà partecipasse, che organizzasse qualche evento o che perlomeno gli dedicasse qualche attenzione…


… non ho la risposta a queste domande – chissà, magari ci sono motivi di tipo tecnico o pratico molto più seri, ma in cuor mio un’idea me la sono fatta: siccome conosco i miei polli, credo che certi professoroni che se ne stanno con le mani in mano dalla mattina alla sera (non pubblicano articoli, non fanno ricerca, ecc ecc) siano un po’ gelosi di questa cosa e applichino la filosofia del “non l’ho fatto io quindi non esiste”, guardando alla manifestazione un po’ stizziti, dall’alto delle loro (ormai immeritatissime) cattedere.


Ci avrò azzeccato? Non credo lo saprò mai, e forse è meglio così…

 
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Pubblicato da su 3 ottobre 2012 in Riflessioni, Tecnologia

 

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Le olimpiadi uccidono le arti marziali


Il titolo è già abbastanza chiaro di per sè: non può accadere nulla di peggio ad un’arte marziale (o disciplina di combattimento, chiamatela come vi  pare) che diventare sport olimpico.



Ma prima di ampliare il discorso è bene fare una premessa per chi non mi conosce: prima di iniziare la mia (deludentissima) carriera universitaria il mio passatempo principale era ciò che io spiritosamente definivo “prendere a calci i bambini”: no, non facevo il maestro d’elementari… facevo arti marziali, in particolare karate.


Ora, non voglio dilungarmi su dove, quanto o con chi lo facevo – vi dirò solo che lo facevo piuttosto bene e che il mio maestro era uno veramente in gamba. Nel mio piccolo me la cavavo pure io: ho un bel quadretto in camera riempito di medaglie (alcune anche parecchio “pesanti”), avevo una bella striscia color petrolio legata alla vita… poi vuoi l’università, vuoi la mancanza di tempo, vuoi tante altre cose sono stato costretto a smettere. Coltivo ancora il sogno segreto di ricominciare, prima o poi… ma non è questo il punto.


Il punto è che negli anni ho accumulato una certa esperienza (pratica, ma non solo) nel campo “arti marziali” e, devo dir la verità, almeno le basi le ho imparate praticamente di tutte (pure della capoeira, credo mi manchino giusto kung fu e pentjak silat, ma vabè) e vi garantisco che quello che sto per scrivere non sono chiacchiere da bar: non c’è niente di peggio per un arte marziale di essere accolta tra gli sport olimpici.


Perchè? È presto detto: intanto notare che non ho mai usato il termine “sport” per definire le arti marziali (d’ora in poi a.m.), perchè ci tenevo a sottolineare la differenza che c’è tra i due termini.


Poi… per capire il perchè della mia affermazione basta aver visto un paio di incontri di judo o taekwondo alle olimpiadi in questi giorni: ma vi sembra gente che si picchia quella? (Attenzione, la mia non è una critica verso gli atleti, che magari sono peggio di Chuck Norris)



Per ragioni di sicurezza e spirito sportivo gli sport da combattimento sono regolati (qualcuno direbbe stritolati) da norme precise che ti consentono di usare solo quelle 5 o 6 tecniche (per i profani, “mosse”) che magari sono spettacolari e ben visibili dagli arbitri ma che se dovessero essere usate in una vera rissa… l’unico risultato sarebbe quello di fare incazzare di più l’avversario (che poi, giustamente, te le da).


Intendiamoci, non è che siamo al fight club dove gli incontri devono essere all’ultimo sangue: è chiaro che la salute degli atleti deve essere salvaguardata e che non possono uccidersi ogni volta che combattono – il punto è che queste forti limitazioni si riperquotono anche sugli allenamenti e sulla qualità degli stessi.


Mi spiego meglio… chi come me ha vissuto il periodo “taekwondo sport olimpico” (o chi, un po’ più grandicello, l’ha visto col judo) lo avrà sicuramente notato: se prima al giovane praticante dell’a.m. si insegnavano le basi per bene, poi le tecniche di difesa più facili, poi quelle un po’ peggio e poi quelle DAVVERO efficaci dal momento che entra alle olimpiadi BAM! Tutti diventano ansiosi di sfornare nuovi mostri-da-medaglia… quindi al giovane ragazzo che entra in palestra dopo neanche un mese si insegnano ampissimi e fighissimi calci rotanti al volto, spettacolari proiezioni sopra la schiena e cose simili fecendoglele ripetere fino a che l’esecuzione non è perfetta (il termine tecnico è “da punto”), trascurando totalmente l’insegnamento di tecniche meno spettacolari ma oggettivamente più efficaci.


Anzi peggio, convincendolo che se per disgrazia questo ragazzo dovesse trovarsi a difendersi per strada, un calcio rotante alla testa sarebbe la cosa migliore da fare. Rimanendo nel tema delle percussioni in cui sono più ferrato: non avete idea di quate volte ho sentito degli allenatori (termine usato non a caso) dire ai loro allievi “alza di più quella gamba, che sennò non fai punto“. Non fai punto… ma fai male?

Secondo voi quando due si picchiano chi vince? Quello che ti tira il calcio rotante al volto (che ci mette 40 minuti ad arrivare, lo vedi partire benissimo e ha alta probabilità di sbagliare perchè la testa è un bersaglio relativamente piccolo) o quello che ti tira un cazzotto in gola, ti ficca il dito nell’occhio e poi ti strizza le palle?

È più brutto? Si. Meno elegante? Sicuramente. Poco onorevole? Forse.


Ma intanto quello se va sulle sue gambe, mentre mr-tecnica-perfetta è ancora lì che aspetta l’ambulanza: il pubblico vuole spettacolo, ma la vita…

 

Personalmente sono felice che karate, kung-fu, aikido, ju-jitsu e chi-più-ne-ha-più-ne-metta non siano sport olimpici; finchè sarà così, ci sarà la certezza che almeno qualcuno, nel mondo, quando gli chiederanno che sport pratica risponderà orgoglioso “io non faccio sport, faccio arti marziali”

 
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Pubblicato da su 11 agosto 2012 in Riflessioni

 

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