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La vita al tempo della crisi


Oh, e ‘un c’è sòrdi, c’è pòo da cantà.

Per carità non mi lamento troppo, in fondo ce n’è tanta di gente che sta peggio: non c’è fame, non ci sono mutui da pagare e come dice il proverbio finchè la bocca mangia e il culo rende…


Certo, per rientrarci pari (o andare sotto di poco) a fine mese bisogna rinunciare a tante cose: a quasi tutto, a dire la verità. Alla fine oltre agli ovvi bisogni fisiologici, medici e alle bollette le spese extra sono giusto qualche fumetto – non pochissimi, ma meno di quelli che vorrei – e basta. Nemmeno il Tirreno si prende più e di fare qualcosa di nuovo (in tutti i sensi, dalla cosa minima ai grandi passi della vita) manco a pensarci. Insomma, non è che uno vive, bensì tira avanti. Grazie al cielo in famiglia nessuno fuma nè beve, sennò si stava freschi.


Vabè ma non si può sempre avere quel che si vuole, dirà qualcuno. Giusto. È quando si inizia a dover rinunciare a qualcosa che serve che la cosa si fa pesante. Non tanto fisicamente (ripeto, nessuno fa la fame o rinuncia a curarsi qui) quanto psicologicamente; allora il serve inizia a diventare servirebbe, e lo Zio Paperone che stira le camicie sotto al materasso e riutilizza più volte la stessa bustina di tè inizia a non sembrarti più tanto strambo e divertente.

Sprecone!

Sprecone!


Che poi boh, in teoria potrebbe anche esserci un punto di svolta; varie vicessitudini ed ostacoli della vita hanno fatto si che io, alla veneranda età di 25 anni e passa non abbia mai lavorato (ok non è del tutto vero, ma facciamo finta di sì) ed ora che mi sto per laureare* le cose potrebbero cambiare. Dicono che quelli come me non hanno problemi nel trovare lavoro e forse sarà anche vero, non lo so.


Però poi ti si presenta anche un’altra occasione, per cui cambi totalmente idea e decidi di fare quello che solo un paio di mesi fa escludevi al 100%: continuare a studiare. Si vabè, come sempre uno dice “ma si, proverò a studiare mentre lavoro” ma sappiamo tutti come andrà a finire, inutile nascondersi dietro ad un dito.


Forse è l’occasione della vita, forse è solo paura di cambiare. Non lo so.


Fatto sta che, ancora una volta, ho fatto la scelta che andava contro ogni logica.


Speriamo bene.


* Nota: ancora non è uscita la data, quindi per il momento lo dico sottovoce. Non si sa mai, potrebbe saltar fuori qualche intoppo burocratico dell’ultimo momento, oramai mi aspetto di tutto e di più

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Pubblicato da su 18 settembre 2013 in Caro diario..., Riflessioni

 

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Palio di Siena: perchè?


No davvero, che senso ha?

Questo articolo non ha a che fare con tutti i discorsi dei maltrattamenti dei cavalli o col palio in sè: è una manifestazione storica/popolare come tante altre, non c’è nulla di male.


Ma allora perchè tutti gli anni ha la diretta su Rai 2? Una diretta stupida, che non si sa quanto dura, dato che ogni volta fanno 2 ore di collegamento con inquadratura fissa sui cavalli che non c’è verso di fare stare in riga per la partenza (che poi non ci credo mai) e che i commentatori tentano goffamente di riempire raccontandoci tutte le menate sulle contrade di Siena (che a uno che non è di lì, ovvero la quasi totalità di chi guarda, non gliene frega un cazzo nulla)… ma se ti interessano le manifestazioni storiche in Italia ce ne sono 100000 migliori da far vedere (il calcio storico fiorentino o la giostra del sarracino ad esempio, giusto per non citare il gioco del ponte a Pisa che sennò mi dite che sono di parte), che sai quando iniziano e quando finiscono, con tanto di corteo storico in costume attorno… ma no!
Ogni volta (2 l’anno se non erro) ci dobbiamo sorbire 2 ore (se tutto va bene) di cavalli che girano in tondo in attesa di non si sa bene cosa… qui si vede la potenza del Monte dei Paschi, sennò non mi spiego come sia possibile che da 40 anni una manifestazione così banale riesca a sequestrare rai 2 per un pomeriggio intero…


… e poi ci si chiede perchè la gente non guarda la tv.

 
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Pubblicato da su 2 luglio 2013 in Riflessioni

 

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L’Internet festival e la cecità dei baroni


Se siete degli appassionati di computer, lavorate nel ramo o semplicemente vivete a Pisa non potete non aver sentito parlare dell’imminente Internet Festival.
Anch’io ovviamente, da bravo studente di ingegneria informatica (che ha finito di studiare tutto già da un bel po’ ma, chissà perchè, non si laurea) sono ovviamente interessato e, sfogliando l’immenso programma, ho notato una cosa che in cuor mio già sapevo: della facoltà di ingegneria (e in particolare del mio corso) non c’è traccia.


Possibile che noi, che a sentire gli altri dovremmo essere una delle eccellenze d’Italia in questo campo, snobbiamo così un evento del genere? Eppure l’università di Pisa è tra i promotori e per quanto ne so la prorettrice De Francesco (che viene proprio da ingegneria informatica) si è impegnata molto in questo evento…


… ma allora perchè?


Non pretendevo certo che sospendessero le lezioni (che peraltro non seguo) per permettere agli studenti di partecipare agli eventi – anche perchè gli argomenti nel nostro ambito sono più di interesse generale che altro, ma che almeno qualche grande nome della facoltà partecipasse, che organizzasse qualche evento o che perlomeno gli dedicasse qualche attenzione…


… non ho la risposta a queste domande – chissà, magari ci sono motivi di tipo tecnico o pratico molto più seri, ma in cuor mio un’idea me la sono fatta: siccome conosco i miei polli, credo che certi professoroni che se ne stanno con le mani in mano dalla mattina alla sera (non pubblicano articoli, non fanno ricerca, ecc ecc) siano un po’ gelosi di questa cosa e applichino la filosofia del “non l’ho fatto io quindi non esiste”, guardando alla manifestazione un po’ stizziti, dall’alto delle loro (ormai immeritatissime) cattedere.


Ci avrò azzeccato? Non credo lo saprò mai, e forse è meglio così…

 
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Pubblicato da su 3 ottobre 2012 in Riflessioni, Tecnologia

 

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Le olimpiadi uccidono le arti marziali


Il titolo è già abbastanza chiaro di per sè: non può accadere nulla di peggio ad un’arte marziale (o disciplina di combattimento, chiamatela come vi  pare) che diventare sport olimpico.



Ma prima di ampliare il discorso è bene fare una premessa per chi non mi conosce: prima di iniziare la mia (deludentissima) carriera universitaria il mio passatempo principale era ciò che io spiritosamente definivo “prendere a calci i bambini”: no, non facevo il maestro d’elementari… facevo arti marziali, in particolare karate.


Ora, non voglio dilungarmi su dove, quanto o con chi lo facevo – vi dirò solo che lo facevo piuttosto bene e che il mio maestro era uno veramente in gamba. Nel mio piccolo me la cavavo pure io: ho un bel quadretto in camera riempito di medaglie (alcune anche parecchio “pesanti”), avevo una bella striscia color petrolio legata alla vita… poi vuoi l’università, vuoi la mancanza di tempo, vuoi tante altre cose sono stato costretto a smettere. Coltivo ancora il sogno segreto di ricominciare, prima o poi… ma non è questo il punto.


Il punto è che negli anni ho accumulato una certa esperienza (pratica, ma non solo) nel campo “arti marziali” e, devo dir la verità, almeno le basi le ho imparate praticamente di tutte (pure della capoeira, credo mi manchino giusto kung fu e pentjak silat, ma vabè) e vi garantisco che quello che sto per scrivere non sono chiacchiere da bar: non c’è niente di peggio per un arte marziale di essere accolta tra gli sport olimpici.


Perchè? È presto detto: intanto notare che non ho mai usato il termine “sport” per definire le arti marziali (d’ora in poi a.m.), perchè ci tenevo a sottolineare la differenza che c’è tra i due termini.


Poi… per capire il perchè della mia affermazione basta aver visto un paio di incontri di judo o taekwondo alle olimpiadi in questi giorni: ma vi sembra gente che si picchia quella? (Attenzione, la mia non è una critica verso gli atleti, che magari sono peggio di Chuck Norris)



Per ragioni di sicurezza e spirito sportivo gli sport da combattimento sono regolati (qualcuno direbbe stritolati) da norme precise che ti consentono di usare solo quelle 5 o 6 tecniche (per i profani, “mosse”) che magari sono spettacolari e ben visibili dagli arbitri ma che se dovessero essere usate in una vera rissa… l’unico risultato sarebbe quello di fare incazzare di più l’avversario (che poi, giustamente, te le da).


Intendiamoci, non è che siamo al fight club dove gli incontri devono essere all’ultimo sangue: è chiaro che la salute degli atleti deve essere salvaguardata e che non possono uccidersi ogni volta che combattono – il punto è che queste forti limitazioni si riperquotono anche sugli allenamenti e sulla qualità degli stessi.


Mi spiego meglio… chi come me ha vissuto il periodo “taekwondo sport olimpico” (o chi, un po’ più grandicello, l’ha visto col judo) lo avrà sicuramente notato: se prima al giovane praticante dell’a.m. si insegnavano le basi per bene, poi le tecniche di difesa più facili, poi quelle un po’ peggio e poi quelle DAVVERO efficaci dal momento che entra alle olimpiadi BAM! Tutti diventano ansiosi di sfornare nuovi mostri-da-medaglia… quindi al giovane ragazzo che entra in palestra dopo neanche un mese si insegnano ampissimi e fighissimi calci rotanti al volto, spettacolari proiezioni sopra la schiena e cose simili fecendoglele ripetere fino a che l’esecuzione non è perfetta (il termine tecnico è “da punto”), trascurando totalmente l’insegnamento di tecniche meno spettacolari ma oggettivamente più efficaci.


Anzi peggio, convincendolo che se per disgrazia questo ragazzo dovesse trovarsi a difendersi per strada, un calcio rotante alla testa sarebbe la cosa migliore da fare. Rimanendo nel tema delle percussioni in cui sono più ferrato: non avete idea di quate volte ho sentito degli allenatori (termine usato non a caso) dire ai loro allievi “alza di più quella gamba, che sennò non fai punto“. Non fai punto… ma fai male?

Secondo voi quando due si picchiano chi vince? Quello che ti tira il calcio rotante al volto (che ci mette 40 minuti ad arrivare, lo vedi partire benissimo e ha alta probabilità di sbagliare perchè la testa è un bersaglio relativamente piccolo) o quello che ti tira un cazzotto in gola, ti ficca il dito nell’occhio e poi ti strizza le palle?

È più brutto? Si. Meno elegante? Sicuramente. Poco onorevole? Forse.


Ma intanto quello se va sulle sue gambe, mentre mr-tecnica-perfetta è ancora lì che aspetta l’ambulanza: il pubblico vuole spettacolo, ma la vita…

 

Personalmente sono felice che karate, kung-fu, aikido, ju-jitsu e chi-più-ne-ha-più-ne-metta non siano sport olimpici; finchè sarà così, ci sarà la certezza che almeno qualcuno, nel mondo, quando gli chiederanno che sport pratica risponderà orgoglioso “io non faccio sport, faccio arti marziali”

 
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Pubblicato da su 11 agosto 2012 in Riflessioni

 

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La follìa dei pro-aborto


Avvertenza: questo è un post serio, quindi voi che di solito leggete questo blog siete autorizzati a saltarlo ed ignorarlo.

Bene. È un periodo (diciamo, una decina di giorni) che leggo su siti/giornali vari tutta una serie di articoli che parlano dell’aborto e della legge 194: non ho capito bene il perchè (forse qualcuno ha proposto di modificarla?) ma tutti questi articoli alla fin fine puntano tutti sul fatto che la legge 194 è “un grande diritto”, una “legge di civiltà” che quei “cattolici integralisti” vogliono togliere per non si sa bene quale trama segreta atta a distruggere l’Italia e il mondo.

Ora, io di tanto in tanto (scemo) mi ci perdo a rispondere ed a commentare questi articoli, ma la pazzìa di certi commenti mi lascia a dir poco allibito; intendiamoci, lo so che di scemi è pieno il mondo e che internet lo è ancor di più ma qui mancano propio le basi della cività.


D’ora in poi non parlerò nemmeno alla lontana di tutti i motivi religiosi per cui l’aborto è essenzialmente sbagliato (non ci metto nemmeno il “secondo me” perchè è proprio una cosa oggettiva) dato che sennò certa gente impazzisce e non capisce più quello che legge – mi limiterò a criteri oggettivi di civiltà e di umanità, e mi limiterò anche a considerare solo quei casi di aborto volontario, in cui il feto è perfettamente sano e la madre non corre alcun pericolo (quindi niente malattie, stupri, aborti naturali, ecc ecc)


Siamo un paese che (giustamente) rifiuta la pena di morte a coloro che hanno commesso crimini indicibili, ma abbiamo una legge che la infligge a coloro che di colpe ancora non ne possono avere, se non quella di esistere. Un po’ come se il per il reato di clandestinità invece di rimpatriare si uccidesse.


Qualcuno di fronte a certe argomentazioni sbandiera la dignità della donna, la libertà di scelta e altre cose così… tutte cose importantissime, certo, ma si dimenticano una cosa: quando dalla tua vita dipende quella di qualcun altro non puoi pensare solo “io io”, ma devi iniziare a pensare “noi noi”.


Devo essere brutale? Della libertà della donna non me ne frega nulla in questo frangente, per 2 motivi:
1- non si rimane incinte per caso, da che mondo è mondo certe cose si fanno volontariamente ed in due (e anche qui si potrebbe discutere sul fatto che è solo la donna a decidere, ma lasciamo perdere)
2- la tua libertà finisce dove inizia quella di chi ti sta accanto, ovvero di chi ti sta in pancia.


Partoriscilo e dallo in adozione, se proprio non lo vuoi. Lascialo alla “ruota” dell’ospedale, non riconoscerlo, fai cosa vuoi: che differenza c’è tra abortire e gettare un neonato nel cassonetto? Che l’aborto non piange? Se poi avrai conseguenze psicologiche ci stanno gli psicologi, appunto.


Le tue decisioni di donna emancipata non riguardano più solo te stessa, ma anche e sopratutto un’altra persona: non è che siccome lo dice il papa che “gli stanno antipatiche le donne” e “vuole più bambini perchè sennò i pedofili che fanno” (giuro, le ho sentite davvero) smette di essere vero, è così e basta.


Nessuna persona sana di mente negherebbe la differenza tra un aborto ed un infanticidio (l’unica differenza sono 6 o 7 mesi), difatti gli abortisti più accaniti tirano fuori un’altra scusa: aggirano il problema, dicendo che un feto “non è una persona”, quindi non ha senso parlare di omicidio in questi casi ed invitano chi dice il contrario a “non sprecare il seme perchè ogni volta uccidono migliaia di bambini” e altre vaccate del genere.


Si certo… se uno spermatozoo è una persona allora un uovo è un pollo (che poi, anche se fosse, io posso ammazzare quanti polli mi pare – cosa che non mi sembra valga anche per le persone).


Ad un certo punto ho scritto questo (copio-incollo pari pari)

io continuo a non capire che gli costa a una donna partorire un bambino sano (perchè di questo si parla, lasciamo perdere altri casi ben più spinosi) e lasciarlo in ospedale piuttosto che abortirlo.
È più pesante dal punto di vista psicologico?
È più costoso?
È più faticoso?
Più umiliante?
Davvero, qualcuno mi dia una risposta, sennò sono portato a pensare che la battaglia pro-aborto si basa solo su “l’utero è mio e lo gestisco io” (sacrosanto, ma allora era meglio se te lo gestivi anche prima), “lo dice il papa quindi si fa il contrario” o un generico “f*ck the system” che va tanto di moda… mi sembrano motivi un po’ scadenti

Sapete cosa mi hanno risposto?

Scommetto che non ci crederete mai; copio-incollo pure questo perchè non riesco a riassumerlo

vuoi le ragione in ordine alfabetico o di problematicità?
Ti cito solo le più importanti: i rischi e i fastidi che una gravidanza indesiderata può dare (limitazioni agli sforzi, controlli medici in più e relativi costi, problemi sul lavoro e carriera e rischi di licenziamento), le conseguenze fisiche e psicologiche (corpo sformato, linea persa, depressione post parto per non parlare di eventuali cicatrici per l’eventuale cesareo, eccetera).


Se questi sono i più importanti, non voglio immaginare quelli più stupidi. Non posso credere che abbiano davvero scritto “linea persa”…
Depressione post parto… ma scherziamo? La depressione post – uccisione non è peggio?
Posso concedere giusto i problemi sul lavoro, ma allora è lì che bisogna intervenire con la legge e non autorizzando il lavoratore ad uccidere il problema (se così fosse, Marchionne sarebbe durato molto poco)

E poi una volta partorito la vita cambia del tutto. Lo tieni? E se sì con che soldi? Lo abbandoni? E se sì chissà con che pena nel cuore o trauma emotivo.
Ai pro life della domenica non gliene frega niente della vita del bambino o della donna, gli importa solo che nascano e il come muoiono. LA qualità della vita conta, e le conseguenze di simili scelte non sta nè a me ne a quelli come te deciderle, ma SOLO alla diretta interessata.

Allora ditelo che è per sentirsi meno in colpa!
La sfortuna dell’aborto è quindi che non piange, non strilla e non ha gli occhioni teneri… poverino.

E poi bel ragionamento quello di risolvere il problema della scarsa qualità della vita diminuendo le vite in gioco – potrebbe funzionare anche con la disoccupazione, se facessimo fuori qualche disoccupato il tasso calerebbe sicuramente, altro che Germania… (e tralascio volontariamente il discorso del “solo la diretta interessata” dato che le abortiste si dichiarano tutte atee ma sembrano aver subito un’immacolata concezione…)

Ed ho riportato solo il commento più sensato, figuratevi gli altri: ultimamente va di moda definire chi come me è contro l’aborto “ad cazzum” (pro-life non mi piace, quelli sono pazzi furiosi come quelli di Greenpeace) come dei “talebani integralisti per cui una donna se gravida non è altro che un contenitore“… una gravidanza credo sia la cosa più bella del mondo, per una donna. Ma loro non lo capiscono.

La 194 non è una legge di civiltà: è una legge di comodo, ovvero fa comodo che le donne abortiscano in ospedale invece che farlo nei garage (per ovvie questioni igienico-sanitarie), più comodo che aiutarle economicamente e psicologicamente a superare una gravidanza indesiderata e più economico che mantenere un orfanotrofio.

Vabè potrei andare avanti per ore, potrei mettermi a sottolineare come la soppressione di una persona “indesiderata” non è diversa dall’eugenetica nazista, potrei dire tante altre cose ma concludo dicendo una cosa che al Papa non piacerà:

non vuoi avere un figlio? Tieni le gambe chiuse (nel caso di maschi, il pisello nelle mutande) e, se proprio non ce la fai, mettiti il preservativo!

 
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Pubblicato da su 11 giugno 2012 in Riflessioni

 

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Io non credo ai cervelli in fuga




In questi giorni si leggono un sacco di articoli che parlano dei cosiddetti “cervelli in fuga”, del fatto che in molti altri paesi si sta assistendo ad un rientro –  ma che dall’Italia si continua a fuggire; leggendo i commenti a tali articoli non ci si può che incazzare con la gente che ha avuto la fortuna di poter fuggire e che continua a spalare merda su chi è rimasto… “andatevene finchè potete”, “qui si sta benissimo non come di là”… mi spiace, ma io (parafrasando Scalfaro) io non ci sto.


Ma io proprio a voi “cervelli in fuga” non vi credo… proprio no.


O meglio, non è che non credo si sta bene all’estero, non è che non credo che l’Italia dal punto di vista dell’innovazione, della ricerca e del lavoro giovanile sia un paese di merda (è un dato di fatto: è quasi impossibile fare carriera a meno di essere “figli di”) in cui non ci si può creare una famiglia fino ai 40 anni, no… negare questo sarebbe negare l’evidenza.


Io non credo che tutti i ragazzi che vanno all’estero siano così “cervelli”; per carità qualcuno che è veramente un genio ci sarà anche ma di sicuro non sono così TANTI… il punto non è che noi italiani siamo geni, è lo straniero medio (in particolare se americano) che è scemo.


Un ragazzo italiano per laurearsi ha dovuto sudare 7 camicie per aggirare tutti i regolamenti e laurearsi in mezzo a tutti i figli dei dottori/notai/professori mentre al suo coetaneo all’estero è bastato solo studiare; ovvio che l’italiano sia più scaltro, abbia più spirito di iniziativa. L’italiano per diplomarsi ha dovuto fare l’esame di maturità (o almeno inventarsi un trucco per copiarlo), non l’hanno preso all’università perchè è bravo a giocare a football: l’hanno preso perchè ha fatto un test (coi posti dimezzati, merito del nepotismo di cui sopra). Potrei fare mille altri esempi ma il succo è sempre quello – l’italiano all’estero “spacca” non tanto perchè è più furbo, ma perchè sono gli altri a essere (tra virgolette) “scemi”, a non essere abituati a ragionare fuori dagli schemi, ecc ecc. Non vi annoierò oltre raccontandovi di americani che guardano alle nostre cucine come il top dell’innovazione perchè c’è lo scolapiatti che è un’invenzione “troppo avanti, veramente ecologica e geniale” (true story), ora voglio spostare il discorso da un’altra parte.

Vorrei puntualizzare che per me il “cervello in fuga” (a parte sempre quelle rare eccezioni che sono veramente geniali) non è nè un eroe nè tantomeno un grande che è riuscito a realizzarsi fuggendo dal paese: per me è essenzialmente un codardo, uno che ha scelto la via facile e probabilmente pure uno senza una coscienza (dato che io ci penserei non una, non due ma 10 volte prima di abbandonare le mie radici, il mio ambiente ed i miei amici per andare a lavorare in germaina, ad esempio). Ciò non esclude necessariamente che questo non sarà anche il mio destino, intendiamoci: purtroppo io non rientro nella categoria dei “veri geni”, ma se si presentasse l’occasione non la scarterei a priori… diciamo però che non è il mio desiderio più grande, ecco.

Quindi cari cervelli in fuga vorrei dirvi 2 cose:


1– In cuor vostro lo sapete se siete geni o no: se non lo siete e vi chiedete perchè il paese che vi ospita ha scelto voi invece di un giovane locale sappiate che NON è merito vostro – semplicemente per loro siete laureati “a costo zero”, ovvero lo stato/azienda che vi ha assunto non ha dovuto investire nulla in voi, gli siete arrivati già pronti (per fare un paragone industriale, sarebbe come se una fabbrica di pasta trovasse il modo di coltivare piante di farina, invece che doversi macinare il grano)


2– Non siete dei coraggiosi pionieri, non per me. I veri coraggiosi sono quelli che, volenti o nolenti, rimangono qui a lottare tutti i giorni. Perchè sono buoni tutti a fare i patriottici quando gioca la Nazionale…


Detto questo, auguro a tutti i i cervelli in fuga che desiderano avere l’occasione di rientrare in Italia di riuscirci presto, mentre a quelli che hanno rinnegato le proprie origini auguro di diventare scemi come gli abitanti paese che li ospita ^^

 
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Pubblicato da su 26 maggio 2012 in Riflessioni, Viaggi

 

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Le 12 cose più inutili dell’universo


Questa è una lista di 12 cose (tanto per mettere un numero, potevano benissimo essere 9, o 11, o x+1) che a mio modesto parere sono VERAMENTE INUTILI: all’inizio volevo intitolare il post “le 10 cose…” ma poi me ne sono venute in mente molte di più – quindi ho modificato e ho deciso di tenermi le altre per il futuro.

Le voci sono scritte in ordine sparso, non prendetele come una classifica… sono quasi tutte motivate: quelle senza commento sono talmente ovvie che la loro inutilità trasuda i caratteri che le compongono, rendendo superfula qualunque altra descrizione.

– Gli oroscopi

Buoni solo per infestare le radio alla mattina

– La zip dei jeans

O ti scordi di chiuderla o, se la chiudi, dopo un po' si apre sempre da sola... molto meglio i bottoni

– I quiz telefonici che fanno durante i quiz televisivi

Quelli con domande del tipo “Chi è la regina d’Inghilterra? A Elisabetta II o B Belen Rodriguez? Manda un sms al numero xxxyy al costo di 1 € e potresti vincerne 1000!”

In realtà è semplicemente un'estrazione a sorte, non conta la risposta inviata: ci mettono la domanda perchè fa più fico quando dici "la so la so!"

– Le censure nei porno giapponesi

Che senso hanno? Si lo so che da loro c’è una legge che vieta di rappresentare in qualunque modo organi sessuali (è per aggirarla che sono nate le creature tentacolari), ma allora non li fare! Non è possibile che il maggior produttore di manga/anime erotici sia l’unico (o quasi) che li deve censurare per legge… O li fai fino in fondo, o non li fai!

Cosa nasconde sotto quella sfocatura?? O.o

– Le scarpette del Bowling

Capisco che servano per lasciare le piste pulite e non danneggiare, ma perchè devi costringermi a camminare su una superfice già di suo scivolosa con delle scarpe scivolose?!

– I tombini quadrati

Lo sapete perchè di solito sono (o almeno dovrebbero essere) tondi, vero?

– Le nipoti di Paperina

Le avete mai viste? Sapete i loro nomi? (senza usare Google)

– Il regolamento di UNO

Tanto non l'ha mai letto nessuno... lo sapete che NON vince chi resta per primo senza carte ma che si va a punti?

– La ricerca del punto G

Dove G non è la costante di gravitazione universale

Se ci sai fare non ne hai bisogno, se non ci sai fare cercarlo non risolverà il tuo problema. Respira e fai un po' di training autogeno, meditazione o yoga: ti saranno molto più utili.

– La foratura “universale” delle bustine in plastica

Tanto se il tuo raccoglitore non ha gli anelli in posizione standard vuol dire che neanche le sue dimensioni lo sono, quindi la busta sporgerà rendendo l'operazione inutile. Oh, però i buchi si adattano eh...

– La tesi di laurea triennale

Che alla fine non la legge mai nessuno a parte (forse) il relatore

– I documenti in .docx

E non aggiungo altro, il post è già abbastanza lungo.

Mi sono divertito un sacco a scrivere queste cose: se in futuro mi vienisse in mente qualcos’altro magari ci scappa il seguito…

 
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Pubblicato da su 1 marzo 2012 in Humor, Intrattenimento, Riflessioni

 

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