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Le olimpiadi uccidono le arti marziali

11 Ago

Il titolo è già abbastanza chiaro di per sè: non può accadere nulla di peggio ad un’arte marziale (o disciplina di combattimento, chiamatela come vi  pare) che diventare sport olimpico.



Ma prima di ampliare il discorso è bene fare una premessa per chi non mi conosce: prima di iniziare la mia (deludentissima) carriera universitaria il mio passatempo principale era ciò che io spiritosamente definivo “prendere a calci i bambini”: no, non facevo il maestro d’elementari… facevo arti marziali, in particolare karate.


Ora, non voglio dilungarmi su dove, quanto o con chi lo facevo – vi dirò solo che lo facevo piuttosto bene e che il mio maestro era uno veramente in gamba. Nel mio piccolo me la cavavo pure io: ho un bel quadretto in camera riempito di medaglie (alcune anche parecchio “pesanti”), avevo una bella striscia color petrolio legata alla vita… poi vuoi l’università, vuoi la mancanza di tempo, vuoi tante altre cose sono stato costretto a smettere. Coltivo ancora il sogno segreto di ricominciare, prima o poi… ma non è questo il punto.


Il punto è che negli anni ho accumulato una certa esperienza (pratica, ma non solo) nel campo “arti marziali” e, devo dir la verità, almeno le basi le ho imparate praticamente di tutte (pure della capoeira, credo mi manchino giusto kung fu e pentjak silat, ma vabè) e vi garantisco che quello che sto per scrivere non sono chiacchiere da bar: non c’è niente di peggio per un arte marziale di essere accolta tra gli sport olimpici.


Perchè? È presto detto: intanto notare che non ho mai usato il termine “sport” per definire le arti marziali (d’ora in poi a.m.), perchè ci tenevo a sottolineare la differenza che c’è tra i due termini.


Poi… per capire il perchè della mia affermazione basta aver visto un paio di incontri di judo o taekwondo alle olimpiadi in questi giorni: ma vi sembra gente che si picchia quella? (Attenzione, la mia non è una critica verso gli atleti, che magari sono peggio di Chuck Norris)



Per ragioni di sicurezza e spirito sportivo gli sport da combattimento sono regolati (qualcuno direbbe stritolati) da norme precise che ti consentono di usare solo quelle 5 o 6 tecniche (per i profani, “mosse”) che magari sono spettacolari e ben visibili dagli arbitri ma che se dovessero essere usate in una vera rissa… l’unico risultato sarebbe quello di fare incazzare di più l’avversario (che poi, giustamente, te le da).


Intendiamoci, non è che siamo al fight club dove gli incontri devono essere all’ultimo sangue: è chiaro che la salute degli atleti deve essere salvaguardata e che non possono uccidersi ogni volta che combattono – il punto è che queste forti limitazioni si riperquotono anche sugli allenamenti e sulla qualità degli stessi.


Mi spiego meglio… chi come me ha vissuto il periodo “taekwondo sport olimpico” (o chi, un po’ più grandicello, l’ha visto col judo) lo avrà sicuramente notato: se prima al giovane praticante dell’a.m. si insegnavano le basi per bene, poi le tecniche di difesa più facili, poi quelle un po’ peggio e poi quelle DAVVERO efficaci dal momento che entra alle olimpiadi BAM! Tutti diventano ansiosi di sfornare nuovi mostri-da-medaglia… quindi al giovane ragazzo che entra in palestra dopo neanche un mese si insegnano ampissimi e fighissimi calci rotanti al volto, spettacolari proiezioni sopra la schiena e cose simili fecendoglele ripetere fino a che l’esecuzione non è perfetta (il termine tecnico è “da punto”), trascurando totalmente l’insegnamento di tecniche meno spettacolari ma oggettivamente più efficaci.


Anzi peggio, convincendolo che se per disgrazia questo ragazzo dovesse trovarsi a difendersi per strada, un calcio rotante alla testa sarebbe la cosa migliore da fare. Rimanendo nel tema delle percussioni in cui sono più ferrato: non avete idea di quate volte ho sentito degli allenatori (termine usato non a caso) dire ai loro allievi “alza di più quella gamba, che sennò non fai punto“. Non fai punto… ma fai male?

Secondo voi quando due si picchiano chi vince? Quello che ti tira il calcio rotante al volto (che ci mette 40 minuti ad arrivare, lo vedi partire benissimo e ha alta probabilità di sbagliare perchè la testa è un bersaglio relativamente piccolo) o quello che ti tira un cazzotto in gola, ti ficca il dito nell’occhio e poi ti strizza le palle?

È più brutto? Si. Meno elegante? Sicuramente. Poco onorevole? Forse.


Ma intanto quello se va sulle sue gambe, mentre mr-tecnica-perfetta è ancora lì che aspetta l’ambulanza: il pubblico vuole spettacolo, ma la vita…

 

Personalmente sono felice che karate, kung-fu, aikido, ju-jitsu e chi-più-ne-ha-più-ne-metta non siano sport olimpici; finchè sarà così, ci sarà la certezza che almeno qualcuno, nel mondo, quando gli chiederanno che sport pratica risponderà orgoglioso “io non faccio sport, faccio arti marziali”

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1 Commento

Pubblicato da su 11 agosto 2012 in Riflessioni

 

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Una risposta a “Le olimpiadi uccidono le arti marziali

  1. manuel dall'elba

    12 agosto 2012 at 17:54

    Ma infatti anche a Ju Jitsu, la prima cosa che t’insegnano, prima di tecniche, proiezioni e leve articolari, era come tirare un pugno senza farTI male. Perché, come diceva il mio maestro: “se fuori di qui ti attaccano, non c’è proiezione che tenga: un pugno secco alla gola e via”.

     

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