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La legge bavaglio

11 Giu

Visto che va tanto di moda Faccialibro… io lo scrivo qui.

A morte Harry Potter e tutti i suoi fan!!!

Ok, detto questo, che è sempre importante passiamo al vero argomento del post

La legge
del bavaglio

di GIUSEPPE D’AVANZO



L’agenda delle priorità di Silvio Berlusconi continua ad essere ad
personam. Quindi, che la ricreazione continui, con buona pace di Emma
Marcegaglia. Sostegno alle imprese e a chi perde il lavoro? Possono
attendere. Per la bisogna sono sufficienti, al premier, un paio di
bubbole nel tempio di cartapesta di Porta a porta (4 giugno): "Oggi non
c’è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato. C’è
la cassa integrazione per i precari, così come per i lavoratori a
progetto".

Il Cavaliere diventa meno fantasioso quando si muove nel suo interesse.
Teme le intercettazioni (non si sa mai, con quel che combina al
telefono) e paventa le cronache come il diavolo l’acqua santa. Si muove
con molta concretezza, in questi casi. Prima notizia post-elettorale,
dunque: il governo impone la fiducia alla Camera e oggi sarà legge il
disegno che diminuisce l’efficacia delle investigazioni, cancella il
dovere della cronaca, distrugge il diritto del cittadino di essere
informato. Con buona pace (anche qui) della sicurezza dei cittadini di
un Paese che forma il 10 per cento del prodotto interno lordo nelle
pieghe del crimine, le investigazioni ne usciranno assottigliate,
impoverite.

L’ascolto telefonico, ambientale, telematico da mezzo di ricerca della
prova si trasforma in strumento di completamento e rafforzamento di una
prova già acquisita. Un optional, per capirci. Un rosario di
adempimenti, motivazioni, decisioni collegiali e nuovi carichi di
lavoro diventeranno sabbia in un motore già arrugginito avvicinando la
machina iustitiae al limite di saturazione che decreta l’impossibilità
di celebrare il processo, un processo (appare sempre di più questo il
cinico obiettivo "riformatore" del governo). Ancora. Soffocare in
sessanta giorni il limite temporale degli ascolti (un’ulteriore
stretta: si era parlato di tre mesi) "vanifica gli sforzi investigativi
delle forze dell’ordine e degli uffici di procura", come inutilmente ha
avvertito il Consiglio superiore della magistratura.


Sistemata in questo modo l’attività d’indagine, il lavoro non poteva
dirsi finito se anche l’informazione, il diritto/dovere di cronaca, non
avesse pagato il suo prezzo. Con un tratto di penna la nuova legge
estende il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal
segreto anche agli atti non più coperti dal segreto "fino alla
conclusioni delle indagini preliminari ovvero fino al termine
dell’udienza preliminare". Prima di questo limite "sarà vietata la
pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e
degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal
segreto".

Si potrà dire che si indaga su una clinica privata abitata da medici
ossessionati dal denaro che operano i pazienti anche se non è
necessario. Non si potrà dire qual è quell’inferno dei vivi e quanti e
quali pasticci hanno organizzato accordandosi al telefono. Lo si potrà
fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi
attuali della giustizia italiana dopo quattro o sei anni. In alcuni
patologici casi, dopo dieci.

Addio al giornalismo come servizio al lettore e all’opinione pubblica.
Addio alle cronache che consentono di osservare da vicino come
funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. È
vero, in alcuni casi l’ostinazione a raccontare le opacità del potere
ha convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale
violando il segreto. È il suo mestiere, in fondo, perché la libertà di
stampa è nata nell’interesse dei governati e non dei governanti e
quindi non c’è nessuna ragione decorosa per non pubblicare documenti
che raccontano alla pubblica opinione – ricordate un governatore della
Banca d’Italia? – come un’autorità di vigilanza protegge (o non
protegge) il risparmio e il mercato.

Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere
professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle
conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge
del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. I cronisti
che violeranno la consegna del silenzio saranno sospesi per tre mesi
dall’Ordine dei giornalisti (sarà questa la vera punizione) e subiranno
una condanna penale da sei mesi a tre anni di carcere (che potrà
trasformarsi in sanzione pecuniaria, però). Ma non è questo che conta
davvero, mi pare. Che volete che sia una multa, se si è fatto un lavoro
decente?

La trovata del governo che cambia radicalmente le regole del gioco è
un’altra. È la punizione economica inflitta all’editore che, per ogni
"omesso controllo", potrà subire una sanzione pecuniaria (incarognita
nell’ultimo testo) da 64.500 a 465mila euro. Come dire che a chi non
tiene la bocca cucita su quel che sa – e che i lettori dovrebbero
sapere – costerà milioni di euro all’anno la violazione della "consegna
del silenzio", cifre ragguardevoli e, in molti casi, insostenibili per
un settore che non è in buona salute.

L’innovazione legislativa – l’abbiamo già scritto – sposta in modo
subdolo e decisivo la linea del conflitto. Era esterna e impegnava alla
luce del sole la redazione, l’autorità giudiziaria, i lettori. Diventa
interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, le redazioni e le
proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale.
L’editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non
pubblichi più quelle cronache. Si portano così le proprietà a
intervenire direttamente nei contenuti del lavoro redazionale. Le si
sollecita, volente o nolente, a occuparsi della materia informativa
vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo, nel
progetto inviato al Parlamento, pretende addirittura che l’editore
debba adottare "misure idonee a favorire lo svolgimento dell’attività
giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare
tempestivamente situazioni di rischio". È evidente che solo attraverso
un controllo continuativo e molto interno dell’attività giornalistica è
possibile "scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di
rischio". Di fatto, l’editore viene invitato a entrare nel lavoro
giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela.

Ecco dunque i frutti intossicati della legge che oggi sarà approvata,
senza alcuna discussione, a Montecitorio: la magistratura avrà meno
strumenti per proteggere il Paese dal crimine e gli individui
dall’insicurezza quotidiana; si castigano i giornalisti che non tengono
il becco chiuso anche se sanno come vanno le cose; si punisce l’editore
spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che
conta di più, voi – cari lettori – non conoscerete più (se non a babbo
morto) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini
che lo governano, i dispositivi che decidono delle vostre stesse vite.
Sono le nuove regole di una "ricreazione" che non finisce mai.

(10 giugno 2009)

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Pubblicato da su 11 giugno 2009 in Politica

 

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